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Infertilità e procreazione medicalmente assistita: aspetti psicologici

Avere un figlio è un evento naturale, scritto nel percorso di vita di una coppia. Naturale viene spesso frainteso con facile, spontaneo, ma le evidenze mediche e psicologiche hanno messo in luce quanto straordinario e al contempo complesso sia in realtà concepire un figlio.

Avere un bambino comporta a livello individuale l’acquisizione di una nuova identità, materna o paterna, mentre a livello di coppia rappresenta la realizzazione di un progetto condiviso e co-costruito tra i partner. Spesso si tratta di un sogno coltivato da tempo: il processo del diventare genitori ha inizio infatti molto tempo prima del concepimento, la gestazione psicologica di un figlio immaginario è antecedente a quella fisica.

Avere un bambino assume ulteriori significati a livello sociale e intergenerazionale, permette la continuità della famiglia, coinvolgendo quindi anche le famiglie estese.

Ecco che il non riuscire a concepire naturalmente un bambino rappresenta un evento doloroso, traumatico ed imprevisto, che ostacola la possibilità di realizzare il progetto condiviso di diventare genitori.

L’infertilità in Italia riguarda circa il 15% delle coppie, dato che a livello mondiale raggiunge il 10-12%.

Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) e l’American Fertility Society (AFS), l’infertilità è definita come l’assenza di concepimento dopo almeno 12 mesi di regolari rapporti sessuali mirati non protetti, e può essere primaria, se non è mai avvenuto un concepimento, o secondaria in caso contrario.

Viene considerata una patologia e come tale deve essere trattata: l’accesso alla cura più appropriata per le coppie infertili è dunque un diritto.

Si parla di sterilità invece quando uno o entrambi i coniugi sono affetti da una condizione fisica permanente che non rende possibile la procreazione. Si tratta quindi di una condizione più grave rispetto all’infertilità.

In Italia la Legge 40 del 19 febbraio 2004 “Norme in materia di procreazione medicalmente assistita”, stabilisce che per risolvere i problemi di sterilità o infertilità è consentito il ricorso alla procreazione medicalmente assistita quando non vi siano altri metodi terapeutici efficaci per risolverne le cause.

Le coppie che contemplano la decisione di intraprendere un percorso di PMA spesso sono stanche e sofferenti, poiché hanno già vissuto frequenti delusioni e insuccessi, sperimentando sentimenti di perdita rinnovati dall’arrivo del ciclo mestruale, che segna mensilmente il fallimento del progetto. Pensieri e paure diventano sempre più presenti con il passare del tempo e con i continui tentativi naturali non andati a buon fine. Le coppie si trovano a gestire sensazioni di delusione, impotenza, dolore, rabbia e senso di fallimento. Sono spaventate, temono di non riuscire a diventare genitori, e più insuccessi si verificano più aumenta lo sconforto e la sensazione di essere “difettosi” e diversi dagli altri.

Queste sensazioni potrebbero poi intensificarsi ulteriormente se anche i tentativi di riproduzione assistita non andassero a buon fine. I partner si chiedono spesso perché proprio a loro sia capitata un’esperienza così traumatica e si attivano nella speranza di comprendere cosa stia accadendo e di risolvere il problema.

Scelgono così di consultare uno specialista, sottoporsi ad approfondimenti medici, arrivando spesso ad una diagnosi di infertilità che comporta un vissuto simile al lutto, e alla possibilità di intraprendere la strada della fecondazione assistita, scelta non facile perché può portare a sentirsi sbagliati rispetto all’immaginario sociale della gravidanza naturale.

Questo iter lungo e stressante, fatto di pratiche invasive, attese, incertezza del processo e preoccupazioni reiterate ad ogni step, è molto impegnativo a livello emotivo e relazionale di coppia. Gli studi indicano che sia gli uomini che le donne vivono stress e sofferenze psicologiche rispetto alla diagnosi di infertilità e al percorso di PMA, anche se in modo diverso.

In particolare, le donne sono più coinvolte sul piano corporeo intimo ed hanno reazioni emotive più intense, mentre gli uomini reagiscono più silenziosamente, esprimono meno i vissuti emotivi e si concentrano più su altre attività, per non analizzare le emozioni negative che suscitano sofferenza, e per cercare di proteggere e supportare la compagna.

Non dobbiamo dimenticare che l’esperienza dell’infertilità colpisce la qualità del legame della coppia e mette a dura prova gli equilibri costruiti fino a quel momento: i partner devono trovare le risorse per far fronte a qualcosa di imprevedibile ed estraneo che è la diagnosi di infertilità. Nella coppia possono generarsi atteggiamenti finalizzati a fornire sostegno e protezione oppure comportamenti conflittuali e ostili, che possono sfociare in accuse reciproche sulle responsabilità del fallimento procreativo che minano la coesione e la stabilità coniugale. A rischio è anche la sessualità, che spogliata della sua funzione riproduttiva può diventare un atto sterile e meccanico. In casi estremi, le relazioni sessuali finiscono per essere un mezzo per il “concepimento ad ogni costo”, in cui i ritmi del desiderio e del piacere sono sostituiti dai momenti di fertilità della donna.

L’infertilità è riconosciuta ormai come crisi di vita che coinvolge sia l’individuo che la coppia, ed è evidente il contributo che i fattori psicologici possono apportare per ciò che riguarda l’eziologia, le conseguenze e l’eventuale risoluzione del problema.

Vi sono varie ipotesi secondo cui i disturbi emotivi e psicosociali giocano un ruolo fondamentale nel determinare l’infertilità, e che la mancata generatività, associata alle indagini diagnostiche e all’intrusività dei trattamenti, possa provocare un disagio psicologico e sessuale, contribuendo al mantenimento, se non al peggioramento, dell’infertilità.

È altresì vero che non si può operare una netta distinzione tra cause ed effetti, tra fattori somatici e psichici, in quanto essi interagiscono tra loro delineando l’estrema complessità di questa condizione.

L’infertilità è un fenomeno complesso ad origine multifattoriale, e pertanto necessita di essere analizzato in tutte le sue sfaccettature. Fattori organici, biologici, chirurgici, psicologici sono tutti egualmente importanti e meritano di essere analizzati quando si parla di infertilità, nell’ottica di un approccio multidisciplinare che rispetti la complessità e la soggettività di quell’individuo, di quella coppia.

Mente e corpo sono due entità estremamente collegate e, per meglio comprendere i meccanismi che ostacolano il concepimento di un figlio, è necessario adottare una visione olistica del problema, basata sia sulla consulenza medica che psicologica.

Di fatto purtroppo si considerano spesso solo gli aspetti medici dell’infertilità e non viene favorita l’integrazione tra gli aspetti somatici e psichici, con il rischio che si consideri medico l’aspetto legato alle azioni sul corpo e psicologica l’implicazione emotiva legata all’esperienza di infertilità e del suo trattamento, senza uno spazio di condivisione tra le due competenze.

Tralasciare la componente psicologica nella diagnosi e nelle cure a discapito degli aspetti medici, significa trascurare e negare le emozioni che le coppie portano, favorendo le condizioni che possono influenzare negativamente gli esiti delle procedure mediche e riducendo le probabilità di successo di una terapia. Lo stress infertilità-correlato è infatti risultato associato in modo significativo allo scarso successo dei trattamenti. Inoltre, risposte emotive negative possono portare ad un’interruzione precoce della cura diminuendo le probabilità di gravidanza.

Seppur ancora lontani dal costituire una cultura condivisa nel rispetto delle specifiche professionalità, un approccio integrato medico-psicologico al trattamento dell’infertilità, ampiamente diffuso negli Stati Uniti ed in molti Paesi europei, potrebbe costituire la base per un lavoro più proficuo, sia per la coppia, sia per l’equipe multidisciplinare, facilitando il lavoro di tutti gli specialisti in campo. Solo introducendo un approccio integrato, il trattamento di PMA può essere concepito come una cura globale ad un problema che viene ampiamente definito come psico-somatico, nel senso di un’inestricabile partecipazione di fattori somatici e psicologici.

L’importanza del supporto e della consulenza psicologica come parte integrante di tutto il percorso di procreazione medicalmente assistita è stata sottolineata anche dal Consiglio Superiore della Sanità. Le Linee guida pubblicate ad aprile 2008, ad integrazione della legge 40 del 2004, introducono tra le varie novità l’obbligo per ogni centro di PMA di prevedere la possibilità di consulenza e supporto psicologico per le coppie che ne abbiano necessità, che devono essere resi accessibili in tutte le fasi dell’approccio diagnostico-terapeutico dell’infertilità, ed anche dopo che il processo di trattamento è stato completato. È inoltre fondamentale anche quando si instaura una gravidanza come esito di un trattamento.

L’Ansa riporta la notizia che il 40% delle coppie che inizia un percorso di PMA abbandona il processo in corsa, a sottolineare come questi percorsi si rivelino lunghi, incerti e faticosi da un punto di vista emotivo e relazionale sia per la donna che per l’uomo. Diventa perciò fondamentale rendere tale percorso meno doloroso, attraverso un accompagnamento psicologico prima, durante e dopo un trattamento di riproduzione assistita. Le Linee guida evidenziano inoltre come la consulenza debba essere proposta a tutti, e che tale offerta debba essere inserita nella cartella clinica al pari di qualsiasi altro intervento medico. L’individuo o la coppia, non dovrebbe essere quindi indirizzato allo psicologo (vissuto in maniera stigmatizzante ancora da molti), bensì quello psicologico dovrebbe essere “uno spazio per tutti” inserito nel percorso di trattamento, che faciliti la decisione, l’accettazione del carico che la terapia comporta e gli eventuali esiti.

In virtù di queste riflessioni, l’importanza del supporto psicologico dovrebbe essere presentata alla coppia in termini di opportunità e di risorsa. Se non viene formulato nel modo opportuno il rischio è che la coppia si senta per la seconda volta “difettosa”, da un lato per la sua difficoltà a concepire, dall’altro per il proprio funzionamento psicologico. La figura dello psicologo può accompagnare la coppia nel lungo e faticoso viaggio della PMA tra desideri, aspettative, paure, conflitti, angosce e speranze. L’obiettivo dell’intervento dello psicologo è creare uno spazio emotivo e di pensiero che permetta accoglienza, ascolto, contenimento e sostegno alla coppia, fornendo un prezioso aiuto nell’affrontare la complessità dei trattamenti e il possibile fallimento degli stessi, supportando nella valutazione delle alternative possibili alla PMA. Si configura come un’opportunità per i partner di parlare delle proprie problematiche, favorendo l’elaborazione del lutto legato agli insuccessi e alla diagnosi di infertilità, promuovendo un supporto e una buona comunicazione tra loro, rinforzando le risorse e promuovendo strategie più efficaci di gestione dello stress.

Gli studi scientifici condotti negli ultimi anni sulla valutazione dell’efficacia degli interventi psicologici nell’infertilità hanno dimostrato effetti positivi sull’ansia, sulla depressione e sullo stress infertilità-correlato. Si evidenzia che le coppie supportate da uno psicologo migliorano il loro vissuto emotivo e la sintomatologia psicofisica in modo significativo rispetto a coloro che non ricevono assistenza, e che aumentano le possibilità che i trattamenti abbiano come esito una gravidanza.

In conclusione, la letteratura evidenzia l’importanza di diversi interventi psicologici, siano essi individuali, di coppia o di gruppo, quale parte integrante di un approccio multidisciplinare al trattamento dell’infertilità.

Alla luce di queste considerazioni appare sempre più evidente e necessario ripensare l’intervento clinico nella condizione di infertilità e all’interno dei percorsi di PMA, prendendo in considerazione una nuova prospettiva che rientri in un modello bio-psico-sociale, che considera salute/malattia il complesso risultato dell’interazione tra elementi di diversa natura, e che imporrebbe così la realizzazione di processi di cura olistici, in cui diverse professionalità co-costruiscano percorsi di trattamento che mettano al centro le specificità di quell’individuo e di quella coppia, per cogliere la complessità della sofferenza vissuta.

 

Riferimenti legislativi:

- Legge 19 febbraio 2004, n. 40 "Norme in materia di procreazione medicalmente assistita", pubblicata nella Gazzetta Ufficiale n.45 del 24 febbraio 2004.

- Decreto 11 aprile 2008 “Linee guida in materia di procreazione medicalmente assistita”, pubblicato nella Gazzetta ufficiale n.101 del 30 aprile 2008.

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